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Congressi Internazionali: Perché l’Italia Non Riesce a Convertire l’interesse in risultati concreti

Updated: Apr 14



L’Italia è, nell’immaginario collettivo, una delle destinazioni più desiderabili al mondo per ospitare eventi internazionali. Arte, cultura, paesaggi, enogastronomia, clima: gli elementi di attrattività sono evidenti e riconosciuti. Eppure, quando si passa dalla potenzialità alla realtà dei numeri, il nostro Paese mostra performance deludenti.


I dati del 65° Report UIA, già commentati nel post del 24 giugno, collocano l’Italia nella parte bassa del ranking globale, nonostante l’interesse internazionale nei confronti delle sue città e delle sue eccellenze. Questo disallineamento tra percezione e risultati merita un’analisi più profonda.


Un sistema frammentato

La prima criticità è la frammentazione dell’offerta. In Italia mancano organismi di coordinamento realmente autorevoli e indipendenti. Le destinazioni si muovono spesso in ordine sparso, e i centri congressi – per quanto eccellenti singolarmente – faticano a inserirsi in una strategia nazionale. La promozione è disomogenea, e le iniziative pubbliche si sovrappongono a quelle private senza una regia condivisa.


L’assenza di una visione strategica

Il nostro Paese continua a investire in modo discontinuo nel settore congressuale. A differenza di altre nazioni europee, non esiste un piano strutturato di sostegno agli eventi associativi internazionali. I finanziamenti sono sporadici, spesso più legati alla logica dell’evento singolo che a una prospettiva di medio-lungo periodo. In questo contesto, le associazioni internazionali tendono a preferire destinazioni più affidabili, con interlocutori stabili e sistemi incentivanti ben collaudati.


Modelli a confronto

La Spagna, ad esempio, ha consolidato un modello fondato su cooperazione tra enti locali e un Convention Bureau nazionale efficace. Il Belgio, pur piccolo, valorizza la sua posizione strategica e punta molto sull’integrazione tra centri scientifici e sedi congressuali. La Corea del Sud ha costruito un sistema premiato per la qualità dell’accoglienza e la rapidità nel rispondere alle esigenze degli organizzatori.


L’Italia, al contrario, si affida ancora troppo spesso alla “forza del brand Paese”, dando per scontato che basti dire “Roma” o “Firenze” per attrarre eventi internazionali. Ma oggi non basta. Le scelte si fondano su criteri molto più complessi: logistica, sostenibilità, accessibilità, efficienza amministrativa, garanzie operative.


Una strada possibile

Il gap tra attrattività percepita e risultati effettivi potrà essere colmato solo attraverso un’alleanza vera tra soggetti pubblici e privati. Serve una governance snella ma autorevole, che operi con rigore, competenza e indipendenza. Serve un sistema di raccolta dati trasparente e condiviso. Servono misure di sostegno stabili, orientate ai risultati.


Finché questi elementi mancheranno, l’Italia continuerà a sprecare opportunità. E a rimanere un Paese potenzialmente straordinario, ma sempre meno scelto.



This article is published in the Congress Intelligence Journal and is also part of the Scientific Congress Insights editorial stream, exploring the evolution of scientific congresses from the perspective of scientific societies and research leaders.


The analysis is developed within the analytical framework of the Congress Intelligence Unit.


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